Alcune curiosità da ogni libro
Friday, March 31, 2006, 04:17 PM

DIARIO A LA COQUE

INTRODUZIONE di Antonio Papa

Non spesso, ma accade che un artista riveli una "innata capacità espressiva" non attraverso il suo "strumento specifico" ma mediante strumenti "altri",usati per comunicare solo (?, soprattutto? anzitutto?...) con se stesso.
Ed è fortunata occasione quella di colui che ha il privilegio di "scoprire" questo"tesoro sepolto". Occasione che è capitata a me, quando il musicista Jimmy Villotti mi ha messo fra le mani un pacco di fogli (ex block notes sgangherati, tranne quello legato con spirale metallica) con un semplice "vedi tu cosa puoi fame, se ti possono servire per il pezzo per Seagreen...", lasciandomi "in affidamento" quella parte della sua vita con il disarmato candore dell'artista autentico.
Ho cominciato a leggere quelle pagine il giorno stesso, rimanendo subito imbarazzato e affascinato: imbarazzato, perché mi ritrovavo, involontario guardone, a spiare nell'intima nudità mentale di Jimmy, e affascinato dalla scoperta di un "non-
scrittore" che, decisamente non sfigura al confronto con molti "acclamati " scrittori contemporanei.
Cosa fame di queste pagine?! Ma pubblicarle, perbacco, pubblicarle così come sono state scritte, di getto, intime, autoriflessive e mai pedantescamente pedagogiche.
Dunque al lavoro, da "curatore" dell'opera quale son stato eletto.
Un minimo di organizzazione, un minimo di "selezione" ci vuole, anche perché il lettore è spesso impaziente, è spesso viziato da una letteratura ammiccante come una puttana d'alto bordo, ma niente di più.
E come ordinare queste pagine?
In ordine cronologico sarebbe la soluzione più "normale"...
Ordine cronologico? Ma chissenefrega\ C'è forse un ordine cronologico o logico in queste nostre menti ormai devastate dal casino ecologico-culturale-politico-komeinista-picista-diccista-psiista-rampantìsta del mondo che ci ha ormai circon-
dati, emarginati e schedati come deiezioni della "società per bene"? E poi chi ha detto che le nostre cronologie debbano coincidere?, che il mio ieri non sia il tuo
domani?, che il tempo nella mente dell'artista debba stillare le sue gocce negli stessi punti in cui si coagulano quelle del fisico o del tifoso di foot-ball? Niente ordine cronologico, dunque, ma scelta emozionale, tanto soggettiva quanto quella
del lettore che potrà leggere queste pagine anche partendo dal fondo!
Bisogna trovare il titolo! Già, IL TITOLO! Si potrebbe fare un elenco di titoli, e lasciar scegliere al lettore. Ma no, avrà già il suo daffare a leggere dopo! Sul titolo ci ragioniamo dopo.
È l'INTRODUZIONE, piuttosto, quella che richiede tempo! Proviamo...
Il lettore resterà affascinato da questo sottile gioco delle memorie, dal rimbalzare di ricordi che continuamente si mutano, proteiformi, in sognate speranze; un gioco ora tragico ora venato da una sottile autoironia: alternanza di luoghi emozionali in cui le parole si dipanano in un inarrestabile delirio onirico sartriano, a volte scoccando assassine occhiate bukowskiane, a volte avvincendo in struggenti legamenti di proustiana malinconia...
Ma vah! Roba da premio letterario, che a me, scriteriato subletterato di provincia, fa schifo (e penso che anche Jimmy esprimerebbe in termini... bulwwskiani il suo disappunto).
Ragioniamo... in fondo queste pagine di Jimmy, questi frammenti di pensiero, queste schegge di vita non sono ne più ne meno che un diario, come il Diario
Indiano di Ginsberg... già!...
Diamogli un'occhiata per vedere se mi viene qualche idea... ecco, questo pezzo della presentazione in retrocopertina va benissimo, me lo copio tal quale:
"... appunti schizzi frammenti di sogno pensieri notturni fanta-
sticherie pomeridiane... pensées di un verso, stramberie..."
Ed anche la conclusione:
"... Non nato per Rocchio pubblico, è occorso mezzo decennio per
trascrivere, curare e pubblicare questo diario..."
Beh, magari in questo caso sarà opportuno metterci meno di cinque anni! E poi Jimmy non è un aspirante all'ingresso nel "Sacro Tempio della Grande Letteratura".
Ma basta con queste mie elucubrazioni, è ora di godersi quelle di Jimmy in queste pagine del suo... accidenti!, scordavo il titolo!
Vediamo, vediamo... diario... Ginsberg in India e Jimmy a Parigi... DIARIO PARIGINO^. No! E poi non c'è solo Parigi... Ginsberg... Kerouack... On thè road e le Visioni di Cody... Le visioni di Jimmy on thè road'ì
Ma no, l'America è dall'altra parte e gli americani bevono bourbon: noi barbera...
Diario... questo è un diario padano! genuino, sincero come un uovo a la coque...
ehi, ci siamo ragazzi, ecco il titolo giusto:

DIARIO A LA COQUE.

antonio papa, marzo 1989

Soc. Ed. Andromeda-via S. Allende •40139 Bologna •Tel,051.490439-Fax 051.491356
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GLI SBUDELLATI
PREFAZIONE DI FRANCESCO GUCCINI

Come ho già scritto un'altra volta, considero Marco Villotti detto Jimmy un genio:
è la sola persona che io conosca che riesca,accavallando le gambe, a mettere a terra tutti e due i piedi. Provateci» se pensate siacosa da poco.
Questo, per me, basta e avanza per definire positivamente una persona, ma c'è dell'altro. Jimmy è anche il più noto ipocondriaco psicosomatico che abbia mai conosciuto, qualunque cosa ciò voglia dire. In qualunque momento della sua vita è convinto che, se non è proprio sul punto di morire, lo farà sicuramente entro poche ore; comunque non vedrà di certo la luce del giorno seguente. Per me, si sveglia sempre con
un leggero senso di stupore. Ma non se la prende più di tanto, «è dura l'aringa! » dice col suo leggero accento bolognese-ferrarese, ed è sempre pronto a prendere in mano
un mazzo di carte normali o di «carte lunghe» ovvero tarocco bolognese che dir si voglia, per fare una partita. Gioca naturalmente malissimo, fermandosi spesso a meditare con elucubrazioni che suscitano lazzi festosi fra gli astanti, sbagliando completamente fasi del gioco e numero e colore delle carte uscite o da uscire, ma calando la
carta sbagliata al momento sbagliato provoca curiose combinazioni che lo portano spesso a vincere, sostenuto in ciò da una fortuna (chiamiamola cosi) che nulla ha di umano.
È ovviamente musicista, nato forse rockéro ma illuminato dal jazz, che studia giornalmente per ore, blaterando di misteriose triadi e scale doriche e affermando che decine di più giovani suonano meglio di lui, ma facendo cantare quelle chitarre elet-
triche in modo che arrivino dritte al cuore e alla mente, anche se non ostentando, non sopraffacendo, continuamente schivo modesto e sobrio. Lo ricorderò sempre, la sera del suo ultimo compleanno, con una parrucca visibilmente artificiale a riccioli biondi e labbra rossettate di scarlatto, suonare in una cantina circondato dall'affetto e dalla comprensione degli amici. È così.
Scrive anche canzoni, alcune delle quali sono state messe in un disco di successo.
Titoli come: Era meglio se morivo il primo luglio o La crema per la pelle (che ti sei scordata qui da me) hanno riempito un'estate. E qui entra un'altra delle tante magie
che Villotti pratica quotidianamente: scrivere testi, pensieri e parole, « stoccate», comelui le definisce, idee, appunti di viaggio, parabole, ispirazioni e confusioni, ma insomma scrivere.
Come scrive Jimmy Villotti, visto che poi di questo si parla?
Direi anzitutto che non scrive, nel senso tradizionale della parola, ma piuttosto si lascia andare con una penna in mano e un foglio di carta sotto, non essendo la sua una
scrittura da affidare alla tastiera di un computer ma piuttosto quei ghirigori che si fanno mentre, telefonando, il pensiero, la mano e la mente corrono liberi. Vi troverai
quindi, a volte, nessi sintattici sconvolti ma geniali illuminazioni (ho detto all'inizio che è un genio), sintesi violente che spesso solo chi lo conosce o è anche abituato al linguaggio della musica può interpretare a fondo, il tutto sostenuto da un linguaggio parlato che è fìnto e vero allo stesso tempo, una gergalità di bolognese e di musicista che è vera
perché ricavata da quelle parole inventate da chissà quale dio dei bar che in una voce illuminano un concetto o una persona, ma anche falsa perché spesso solo frutto dei
nessi logici strampalati delle cosmogonie villottiane.
Che altro dire? Che il tutto si legge e si lascia leggere bene, anche da chi non è musicista o di Bologna, si lascia leggere perché è uno spaccato intenso di vita e di condizioni umane, vita di jazzisti in una curiosa e un po' falsa ma appassionata bohème,
scritto in maniera strana ma abile e per niente alleggerita o consenziente, inutile o tirata via; si lascia leggere in definitiva anche da chi non è suo amico.
Ma io, come ho già scritto un'altra volta, sono anche amico di Marco Villotti detto Jimmy, e questo rende meno dolorosa e più interessante e gioiosa la mia vita.

FRANCESCO GUCCINI

GLI SBUDELLATI (Sinossi)

Siamo negli anni Ottanta, a Bologna.
Un gruppo di giovani musicisti scopre la musica jazz e si abbandona totalmente ad essa.
E' la musica di Ellington, Parker, Gillespie, Monk e su, fino a Coltrane, e nella loro dedizione questi giovani mettono a soqquadro quasi tutta la città.
La naturale invadenza ed esuberanza legate alla gioventù fa sì che ogni sito ( osteria, circolo culturale, ristorante, cantine di vario tipo, teatrini di provincia e spazi dopolavoristici ) venga frequentato e "vissuto" da questo gruppo fino a che non se ne trovi il pretesto per suonare. Poi sarebbe stata dura per chiunque farli smettere !
Bologna era , ed è, per tradizione particolarmente incline a questo tipo di musica, ed una miriade di personaggi, appassionati di jazz che ormai vivevano nell'ombra di un anonimato appagante e sociale, si rimette in circolo e in comunicazione seguendo l'entusiasmo degli sbudellati. ( Vennero chiamati così a causa del vestire, spesso trasandato e debordante ).
Personaggio principale della storia è Vitaliano detto Vitas.
Non è musicista ma appassionato di jazz, e diventa il riferimento ( a suo modo l'organizzatore ) del gruppo, tanto che trascura il lavoro ( ha una drogheria che gestisce con il padre ) e la giovane moglie, Maria Cinzia.
Quest'ultima arriva persino a pensare che il marito abbia una relazione con un'altra donna, visto che sparisce di sovente e torna a casa ad ore improponibili, di notte. Una bella gara spiegarle che Vitas se ne stava sempre con gli sbudellati per sentirli suonare.
Altro personaggio chiave è Sandro, detto Boss, anche lui non musicista ma convinto assertore che "…la vita va presa con swing ! ", e tralascia spesso il lavoro ( è uno skipper rinomato ) per dare una mano a Vitas nel " gestire " gli sbudellati, questo gruppo così variegato ed esuberante.
I musicisti sono: Jim, detto mano-morta a causa dei frequenti crampi alla mano che lo costringono ad un suonare lento; Danny Piri, il chitarrista furbo; Giancarlo ( Gianco ) il chitarrista più dotato del gruppo; Francesco ( Mariel ) bassista di indole pacifica e capro espiatorio della banda; Fabio ( Pedro ) batterista e ballerino; Mottola, batterista ed ex pugile; Pierre, il saxista che piace alle ragazze;
Max, il saxista triste; Cicillo, il saxista mai contento.
Su questi s'erge la frangia dura del gruppo, gli oltranzisti, i difensori dell'ortodossia Jazzistica, a volte i violenti. Sono quelli che non sopportano qualunque forma di musica vada fuori dai confini del jazz, del loro jazz. Sono: Carlo ( Ats ) saxista di talento; Bruno ( Codino ) il violoncellista dagli occhi cattivi; Oliva e Pap, pianista e saxista di Reggio Emilia; Roberto ( Robocop ) bassista forzuto.
A questi si aggiungevano musicisti di altre città che, sotto la prospettiva di suonare guadagnando qualcosa, frequentarono in quegli anni più assiduamente Bologna, certi di trovare sempre risposte ad entrambe le richieste.
Ecco che c'era la "marca milanese " ( una decina di elementi ), quella genovese ( erano in tanti ), la marca veneta e quella romagnola.
Su tutti la figura possente di Giorgio Bajocco ( gran maestro d'ancia ), che - austero e pontificante - era il riferimento per tutti, data la sua esperienza di maestro di sax e di musicista super-richiesto.
Gli americani di passaggio erano meteore che lasciavano segni profondi nelle labili e incantate personalità degli sbudellati.
Steve Grossman, Sal Nistico, Tony Castellano, Fred Hencke ed altri , si unirono a tratti con il gruppo mentre le donne, cantanti - mogli - fidanzate o semplici appassionate,
se ne stavano un poco discoste incuriosite e divertite da quell'andazzo originale ed impetuoso.
La storia è la cronaca di cinque anni passati con gli sbudellati in un crescendo che li vide man mano protagonisti, protagonisti di un periodo in cui la città si lasciò facilmente abbindolare dall'entusiasmo per il jazz.
Gestori di locali che si diedero battaglia per avere gli sbudellati. Il Boomer-Pizza contro il Baker-Club, la Fabbrika contro il Blue Orchid, fino a che la dipartita di tre musicisti
ed il naturale cambiare del tempo e delle mode finì per far disperdere la compagnia.
Il bisogno di qualcosa di più solido di un'idea cominciò a farsi strada nella mente degli sbudellati, e molti passarono a situazioni più remunerative e meno aleatorie.


La scena finale vede Vitaliano che passeggiando, solo, si trova a passare davanti al Boomer-Pizza e gli arriva all'orecchio una musica che fuoriesce dalla cantina.
Non proprio jazz ma qualcosa di più attuale, un misto funky-blues con venature pop.
Stancamente Vitas vi entra. I gestori del Boomer, una volta molto premurosi con lui, lo salutano altrettanto stancamente.
Vitas si avvicina al palco dell'orchestra; un nuovo gruppo sta suonando. No… non gli piace quella musica. Sta per tornarsene fuori quando gli si parano davanti due giovani( nuove leve ) che gli chiedono un appuntamento. Vogliono frequentarlo per parlare di jazz,per ascoltare jazz, visto che lui aveva avuto tante esperienze con gli sbudellati.
Vitas li guarda, ripensa a tutto il vivere degli ultimi cinque anni, di quegli anni così intensi, pensa se sia il caso di riavviare il motore dell'entusiasmo o dell'incoscienza.
Sorride, li prende sotto braccio e li porta fuori dal club, all'aria.
" Andiamo scannati ! "
I portici di Bologna accolgono, come sempre, ogni nuova spinta di emozione.

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Stoccate, ferite e resoconti
Prefazione di Paolo Conte


"Dove è passato Attila non viene bene più nessun pra-
to all'inglese... dove è passato Aitila..." diceva così, tirandosi
dietro alla briglia il suo cavallone ungherese, ghiobp, ghiobp,
ghiobp, ghiobp, - si fece silenzio sulfalsopiano, una mistura di
silenzio e pomeriggio, lontanamente distendendosi sulla pianu-
ra un ciclo giallo (o grigio).

"Dov'è passato Attila..." riprese ad alta voce. Il cavallo
sventolò di lato la coda nera ed emise una sua risposta com-
prensibile a tutti. Erano molto in confidenza. Poi si spostarono,
cavallo e guerriero se ne andarono. Era ora. Marcus uscì dal
suo nascondiglio di foglie, alzò la sua testa rìcciuta, strisciò
sull'erba per un buon tratto quindi, aperta la portiera, salì sulla Cadillac cohr ruggine, mise in moto, sterzo e partì, guardandosi nello specchio retrovisore. Si legittimò, era un suo diritto, a chiamarsi Jimmy Dean, cognome che poi, strada facendo sostituì in Villotti, da emigrante. - Giusto. - Sull'autostrada accese la radio sintonizzandosi su Macedonia: trasmissione speciale per le forze Optile. - Musica pulita e matematica, niente male,passabile, ascoltabile, superò un camion che trasportava elmi romani, raggiunse Los Angeles. Periferia con pioggia. - Rallentò. • Discese. - Un gatto si riparava da un temporale sotto
una tettoia. - Jimmy avanzò dì due passi. • il gatto mormorò
"No passaran".

Dietro il gatto c'era una chitarra e dietro questa la
pioggia. - Poi Los Angeles e la solita gente.

Paolo Conte


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Perchè " Il decalogo del mio viver bene"?

Il decalogo nasce da un’esigenza, quella di migliorare la condizione di una vita sofferta (neanche poi tanto); e nella sua formulazione il decalogo ha avuto bisogno di sviluppi progressivi, dettati più dalle vicissitudini che non da un progetto vero e proprio.
La struttura del libro si articola in cinque tappe collegate tra loro nell’arco di un decennio.
Il Codice Perpendicolare (la prima) è l’inizio del percorso che porta al decalogo stesso.
Nel codice ci sono le prime riflessioni e considerazioni su tutto ciò che è sforzo per migliorarsi.
Seguono le due lettere-testamento che trattano lo stesso problema (quello di migliorarsi) con in più la possibilità di essere d’aiuto a chi piange le stesse lacrime (si fa per dire…).
Prima del decalogo sono raccontati i due avvenimenti che hanno permesso la sua compilazione: l’antefatto e lo spettacolo; spettacolo che doveva contemplare la lettura del decalogo con un gioco scenico-musicale che facesse da supporto.

IL DECALOGO:

1) Bisogna bere vino

2) Fatti massaggiare da altri

3) Portare scarpe con suola alta

4) Non mendicare attenzione

5) Anche sorridere è lavorare

6) Dai mezza pagnotta a chi ha fame

7) Lavorare nel sociale per starsene distanti

8) Perdersi dietro un nobile culo

9) Staccarsi dalla mammella

10) Giocarsi la vita in un minuto

10 bis) Gran rondò finale

IL PRIMO PASSO DEL DECALOGO
BISOGNA BERE VINO
E parliamo dell’alimentazione, sii… forse la cosa più importante.
C’è chi disse: "Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei.", e io aggiungo:
ciò che entra nel corpo non deve essere solo alimento ma anche salvaguardia per il corpo.
Quindi: mangiare bene, mangiare poco, mangiare sano e di tutto.
Ricordiamoci che l’uomo è una specie onnivora, perciò non condivido quelle terapie che escludono a priori uno o più alimenti; ritengo ulteriormente che si possa e si debba
ingerire tutto ciò che è attestato come commestibile cibo, se mai problema esiste bisogna trovarlo in ciò che è veramente dannoso: l’eccesso.
Invece bisogna bere molta acqua, non gassata e non fredda, fin dalla prima mattina;
calcolando che - unico caso dietologico - gli eccessi nella assunzione di acqua sono da considerarsi benefici e, se proprio non vi va, sforzatevi di berne almeno un litro e mezzo al giorno. È fondamentale.
Vino. Bisogna bere vino.
Qui personalmente propendo per i vini non profumati ma corposi,
fermi e secchi, bianchi e rossi; e siccome il bere bene presuppone lo spendere molto,è automatico limitarsi centellinando quel ben di dio che è la condizione intrinseca del vivere bene, e se ne sta voluttuosamente coricato nel fondo del bicchiere giusto.
Non perdetevi i vini "barricati", quelli con bouquet d’inganno: delicati al primo impatto col palato e che poi si dissolvono in un’esalazione vellutata ed amarognola all’ingollo.
Non sovraccaricate i cibi, questi vanno frammentati, lesinati, corteggiati.
Mangiare un solo piatto ad ogni pasto, e questo può dare adito a varianti interpretative che stimolano l’estro e la propedeutica mangereccia.
Divertitevi nell’inventare il vostro nutrimento.
Pensate al vostro corpo come ad una macchina che necessita costantemente di carburante.
Triturate alimenti giusti e gli apparati funzioneranno a dovere dando propulsione, trangugiate schifezze e il motore si ingolferà e farà sobbalzare il veicolo - cioè - l’intera creatura. Perdonate l’allegoria. Comunque il mio consiglio è di ingerire poca carne (preferibilmente carni bianche), una o due volte la settimana. Pesce quanto se ne vuole e quando lo si trova buono, sempre più difficile andando avanti nel tempo.
Molta verdura, meglio cruda ma anche cotta. Frutta fuori dai pasti.
Dolci fuori dai pasti. Superalcolici mai.
Ognuno ne faccia le opportune varianti.
Pausa e finestra musicale.
Sorge una doverosa aggiunta riflessiva.
Sarà meglio precisare anche che questi procedimenti, forse divertenti oltre che necessari,sono adatti a quegli uomini (e sono tanti) che hanno la possibilità oggettiva di poter
dedicare tempo e voglia verso tali procedure. Uomini che hanno un lavoro che glielo permetta, vi risparmio una doverosa e (forse) impietosa lista.
Vi sono altri, veri uomini, che debbono soggiacere ad orari di lavoro da tortura con, tra le mani, gli strumenti che ne sono la tortura stessa.
Parlo degli sterratori, fabbri, carpentieri, agricoltori, stagnini e facchini.
Uomini che per portare a compito la fatica quotidiana non possono certo far tabelle di procedura nutrizionale.
Questi ultimi vulcani devono, giocoforza, trangugiare pasta, carne e vino in quantità, ed è meglio non accennare Mai, nelle probabili discussioni, alle delicate analisi di
dietologia misurata a cui alludevo sopra. Questo va precisato bene.

Comprensibile ammiccamento con il pubblico di sala.
La musica prosegue.

Per concludere ricordate che: una giornata impegnata a procacciarsi il cibo, a cucinarselo, a goderselo per quel tanto-o-poco che vi viene dato in virtù del dio compensatore, è una giornata spesa bene, piena di tutti i valori sostanziali di quel che verrebbe detto "diritto primo della vita".
citazione tratta dal film "Pole Pole"
Un europeo in Africa chiede ad un indigeno dove vada mai quella moltitudine di nomadi che, perennemente davanti agli occhi suoi, si dirama senza un nesso apparente in tutte le direzioni.
L’africano gli risponde con calma e chiarezza tali da far sentire insulso non solo il protagonista del film, ma anche noi che ne eravamo gli spettatori.
"Voi bianchi - rispose l’indigeno - vi alzate alla mattina, vi lavate, fate colazione, poi andate a lavorare. Per noi, qui in Africa, lavorare significa andare a trovare l’acqua.
E se ci dicono che c’è un pozzo a 100 chilometri, ci mettiamo in cammino per arrivarvi al più presto."
(nessun commento)
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ORINGHEN

(frammenti di notti bolognesi)

Questo libro è dedicato a Marzio Vincenzi a cui mi legano 40 anni di amicizia e di apprendimento. Come un valente maestro Marzio mi ha erudito nell'arte del vivere la notte, specialmente nell'evidenziare le qualità o le piccinerie di ogni personaggio che, a Bologna o in provincia, si poteva incontrare nel passare da locale a bar, da dancing a cortile, fino alle sale biliardi. E tutto sotto la spinta della spensieratezza, della voglia di
ridere, della naturale comicità che scaturiva da quegli incontri, ben lontano da ogni forma di goliardia.
Spontaneità e propensione al sogno gli ingredienti del nostro esistere; il racconto, in sintesi, è un film.
Per il titolo ho scelto uno dei tanti modi che il grande Amba usava per salutare gli amici;
ma, oltre a "Oringhen ", poteva starci benissimo: "Gné gné ", "A balùs", "Al cunèin", "Misura" o più semplicemente, "Frammenti di notti bolognesi" come recita il sottotitolo.

Jimmy Villotti

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LA PENULTIMA DONNA

Il mondo è pieno di storie, e tutte fanno capo ad un unico verso: la piega della natura umana. Nel fare o nel raccontare si impone la propria mano, anche quando ci si fa depositari di verità spicciole, per non dire banali o addirittura meschine. Storielle più o meno edificanti.
Ho visto piramidare volumi di carta stampata o manoscritta su argomenti che sono un insulto alla vita, ma chi può negare il diritto di dire o raccontare quel che uno vuol raccontare o dire. Anche senza aver effettuato ricerche, senza aver spulciato in lungo e in largo altri libri, anche negando ogni parametro letterale fino a scegliere, per dimestica casualità, un nome poco noto su cui valorizzare la propria personalità, ecco…così si può essere i depositari di un fatto speciale.
Con ciò che… cadeva una settimana in cui la cronaca artistica risentiva della dipartita di due esponenti di spicco del mondo musicale. Di un certo mondo musicale.
Prima se n’era andato Egisto Macchi, poco più che sessantenne, poi John Cage a quasi 80. Che dire… naturalmente leggere di quelle morti mi colpì.
E il pensiero rivolto a Cage mi accompagnò, per naturale gioco di sponda, all’amico Cialdo Capelli e al suo sforzo per farmi entrare, anche recalcitrando, in un mondo musicale così’ diverso, per me che opero nell’ambito “ leggero “. Un mondo dove è arduo persino parlare di “musica”, nella sua più comune accezione, o nel senso universale che a questa si vuole far dipendere l’emozione più struggente.
Lui, Cialdo, che del compositore americano conosceva vita e miracoli,mi parlava degli esperimenti di Cage, delle sue verità: dalle sonate per pianoforte preparato, al treno; dal rumore quotidiano delle metropoli, al “suo” silenzio; fine alle scelte naturistiche, alla micologia.
Che potevo fare… fermare la scorribanda dei ricordi ?
Non ce la facevo proprio, e il nome Egisto Macchi mi riportò di colpo alle didascalie di quegli strani documentari che corredavano sistematicamente i film nel decennio 60/70. Anni in cui frequentavo assiduamente le sale cinematografiche e quella firma – musica di Egisto Macchi – era garanzia di indicibile preconcetto che, sovente, si concretizzava nella più elementare e bieca disapprovazione sonora.
Bordate di fischi, reiterati bu-u, qualche pernacchia… il tutto accompagnato sempre con risa dal pubblico presente in sala.
Un immenso piacere veder troncato il documentario a metà.
Poi seppi del suo sforzo, della sua ricerca.
Quella nuova consonanza che Egisto Macchi perseguiva come fine di un universo anomalo ( parole mie ), e il suono stesso delle sue “ fratture “divenne pian piano convergente al mio maturare e supporre, anche se il suo lavoro rimaneva ancora poco comprensibile per me.
Ma quell’uomo bruciava certo di desiderio nel modificare, sovvertendo, le evidenze dei parametri correnti, e il sapere della sua morte, leggendo un misero trafiletto nell’elzeviro di un giornale a tiratura compiacente, mi rattristò.
E in quei giorni vivevo altre tristezze: il fabbisogno estivo e la città.
Solo perché dovevo stare solo, scazzato un po’, già…poco lavoro, ma la cosa più pesante era che Maria Pia, la mia compagna, in quel mese era lontana a lavorare e questo mi rendeva tutto più difficile.
Dovevo ridurmi, accorciarmi, lasciarmi divorare dal tempo, giacché avevo anche poche cose da fare. Non era il tempo per agire, appunto. E pensavo, troppo.
Ogni tanto incrociavo gli occhi fino a concentrare il focus sulla punta del naso, stordendomi così; mi girava un po’ la testa e mi accasciavo sul divano aspettando che passasse. Porca estate… e non ne eravamo che all’inizio.
Faceva caldo, molto caldo. Mi riusciva difficile persino suonare, esercitarmi con lo strumento ( cosa che facevo quotidianamente ), e nell’affidarmi a quei giochetti insulsi di pura manovalanza strumentale usavo la stessa lena con cui rassettavo la casa. In pratica la trascuravo, ma questa sembrava non volermene, accontentandosi della energica strigliata settimanale che Marina, la donna delle pulizie, le dedicava ormai da anni.
In sintesi un disordine tranquillo rispecchiante la mia coscienza di cinquantenne.
Già…musicista, divorziato, niente figli, sportivo e di cultura enigmistica, ma anche professionista, e – dicono – affidabile.
Un lavoro trentennale di premiata militanza al servizio di artisti rinomati;sempre in giro per il mondo: sale da concerto, sale d’incisione e tutto quel che ne consegue. Gli anni cadenzati da periodi di intenso lavoro alternati ad altri di riposo, a suo modo un “timbrare il cartellino”.
Tutto questo fino ad arrivare a quel mese, un giugno spudoratamente solatio, che dovevo far passare preparandomi alla stagione vera e propria: luglio e agosto a scarrozzare in giro per l’Italia.
Non ne avevo voglia. Mi riusciva difficile ogni cosa.
Anche chiamare al telefono gli amici costava fatica.
In questi casi si comincia a bighellonare alzandosi ripetutamente dalla sedia: o per andare in cucina a piluccare qualcosa, o davanti alla finestra a rimirare il lento estendersi dell’ombra meridiana, o per andare in bagno.
Andavo spesso in bagno.
Chi conosce bene la mollezza di certe giornate, condite con un pizzico di accidia e impreziosite da una strana malinconia, sa di essere soggetto a più frequenti impulsi di minzione. Insomma gli viene sempre da pisciare.
In più mi docciavo con scandita regolarità. Ora.
Il mio bagno è un vano di notevole misura ed è un piacere stazionarvicisi.
Con tutti quei vasi e quelle piante intorno sembra di essere in un giungla.
L’ambiente è riposante, i colori tenui delle mattonelle bianche e grigie, opportunamente intercalate, sono il giusto fondale su cui fiondano decise le felci nane e il silfio: un verde che stratifica il tono della finta selva decolorando fino alle piante grasse che corredano la mensola sotto la finestra. L’unica finestra del bagno.
Affacciandosi e guardando sotto si vede il cortiletto.
Uno di quelli – interni – soffocati dai palazzi; che vivono di ombra, e che lamentano un tasso di umidità quasi equatoriale.
Io, abitando al quarto piano, ne avvertivo appena il ristagnare dell’aria guardando, come dicevo, dalla finestra del bagno.
Giù era tutto verde.
Erba e ortiche avevano invaso il cortiletto crescendo a dismisura fino a farlo diventare un cuscino opaliscente…in fin dei conti un bel vedere.
Poi tornando su con gli occhi incrociavo l’unica finestra dirimpetto.
Strana casa quella di fronte: una parete nuda di mattoni rossi in bellavista e quella gran finestra all’altezza del mio bagno. Strana davvero…difatti
tutte le altre finestre del caseggiato davano sul davanti.
Più volte avevo pensato alla strana simmetria di quel palazzo e alla bizzarria dell’architetto che lo aveva progettato, e più volte avevo visto gente nuova passare dietro a quella grande bocca ( sembrava proprio così: una grande bocca…la finestra intendo.)
Non me ne mettevo in ogni caso; vivevo spesso fuori casa e non mi prestavo alle curiosità e agli intrallazzi condominiali, c’era già per questo la portinaia e avanzava.
Quel giorno guardai meglio oltre le grandi imposte spalancate.
Si vedevano bene due pareti di un vano indubbiamente più grande della norma, sarà stato uno stanzone di otto metri per otto (pensai), e molti quadri facevan bella mostra di sé appesi secondo un ordine asimmetrico.
Per un attimo dedussi che, forse, ora vi abitava l’architetto che aveva progettato il palazzo, poi guardai meglio.
I quadri, se ne vedevano cinque, sembravano riproduzioni dell’ultimo Mondrian (quello degli scomparti colorati per intenderci), e, su di uno scaffale, una superba testa di Medusa troneggiava –bianca- incutendo antico rispetto.
Chi vi abitava ora ?
Lo squillo del telefono mi distolse da ulteriori valutazioni…staccai il ricevitore, era Maria Pia.
La sua voce in quel giorno abulico sapeva di caramello; mi disse che stava bene, che lavorava dalla mattina alla sera e che la Puglia era stupenda in quell’inizio d’estate.
Naturalmente ci aggiungemmo tutto il repertorio di sospiri e soavità, come è di competenza di chi ama veramente, e noi eravam di quella pasta certo…ossii…eran tre giorni che se n’era andata e già mi mancava da morire, cristo !
“ Ho voglia di vederti ! “
“ Anch’io ! “
E giù sospiri, ansimi e bacetti…naturale.
“ Chiamami ! “
“ Sì, ti chiamo domani durante la pausa. All’ora di pranzo.”
Ed io ineluttabilmente: “ Ti penso sempre sai.”
Clic.
Stetti con la cornetta in mano impietrito come un alpino di fronte al Montello, poi ripassai con gli occhi tutti gli oggetti che, sparsi, presenziavano alle mie sedute in scrivania.
Troppo lungo farne il conto, troppo casino davanti a me.
Telefonai a Bobo Ghetti, il mio contrabbassista, che non c’era, e allora. Ritornai nel bagno.
Le felci mi guardarono sorde.
Andai alla finestra.
Lo sguardo piombò giù, nel cortiletto, e tornò su, fino alla finestra di fronte.
Un uomo era appoggiato al davanzale.
Mi guardava.
Così conobbi Amodeo Casati.
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VA' CON DIO

"La fede a gettoni è come un agguato legalizzato. Ti soverchia, ti schiaccia...La fede a gettone, a comando. Inserisci la moneta nella fessura e ti trovi in grazia di Dio." (Jimmy Villotti)

"Lo definisco un genio, perchè credo che sia l'unica persona al mondo che riesce ad accavallare le gambe mettendo giù tutti e due i piedi." (Francesco Guccini)

«Io voglio solo parlarvi di speranza. Di dignità, di consapevolezza, di abbandono». Con queste parole inizia Va' con Dio, che racconta la strana storia di Jimmy Villotti, il "Jimmy ballando" eccellente chitarrista di Paolo Conte e di Francesco Guccini, e di David Lazzaretti, il Profeta, il mandato da Dio, il Cristo della povera gente. Siamo nell'Ottocento e c'è una comunità sulle pendici del Monte Amiata sulla base di valori proto-socialisti. Il Monte Amiata. Luogo di oscure trame e magie con le sue risorse mercuriali, le polle di acqua sorgiva, termale, sulfurea. Pascoli, montagne, colori e odori forti. Un'immersione totale nella natura tra gente schietta.
Villotti si tuffa nella ricerca e scrive un romanzo sorprendente. La preghiera laica di un grande musicista. Che sente e fa sentire il tempo. Fa pulsare il ritmo della scrittura, arpeggia il riff della prosodia. Va' con Dio è la storia di questa ricerca. Ricerca del senso del tempo, della speranza, della fede. Un percorso di spiritualità contemporanea nel cuore della Maremma, capitale della ricerca spirituale contemporanea, sulle scorte dell'avventura mistica e sociale di David Lazzaretti. E le risposte, probabilmente, non ci sono. Però, c'è una buona ragione per andare a cercarle. Ed è così che si contrappunta la trama di un libro e la storia di due uomini. Di Jimmy Villotti, che se ne è andato in monastero a vedere se le trovava, le sue risposte, e ha scovato libroni poco sfogliati da copiare a mano, e fotografie di volti bianco e nero, e solitudine. È chiaro che particolari fattori hanno condizionato il cammino del fare documento: i malesseri, i luoghi di preghiera, le scelte impellenti, a volte brutali, le rare oasi di ristoro, così che si arrivasse al punto di scrivere per poi leggersi e rincuorarsi.

Di David Lazzaretti, Profeta, Duce e Giudice, come si definiva. I suoi scritti, i suoi viaggi, le visioni e le profezie, la sua gente, il suo messaggio, solidarietà, fratellanza, comunione d'intenti, la sua morte. Che aveva un segno sulla fronte, ed era anche un gran bell'uomo, e morì per mano della cosiddetta Chiesa temporale.
E al quale i papi e l'Antico Testamento non andavano granché a genio. Forse è stato proprio così. Questione di coraggio, roba di posologie, farmacologia dell'anima. Va' con Dio, Jimmy. E noi con te.